La dipendenza. Uno dei tanti discorsi che ogni tanto apro e chiudo leggendo un libro, ma che ogni volta mi affascina e mi lascia interdetta, mi chiama incatenandomi a sé e mi respinge.
Non è la prima volta che leggo un libro sulla dipendenza.
Ho letto "I ragazzi dello zoo di Berlino" alcuni anni fa, quando un'amica ha pensato dovessi rimediare a questa lacuna incomprensibile che riguardava un libro inchiesta degli anni '80. E’ un racconto forte e impegnativo, scritto da un'adolescente per tutti gli adolescenti e i loro genitori, per chi genitore ancora non lo è, per chi mai si è avvicinato a quel mondo ma anche per chi, dolorosamente, lo ha conosciuto bene. Christiane, la tredicenne protagonista e voce narrante che inizia a farsi, racconta con consapevolezza tutti i momenti che l’hanno portata verso il baratro della dipendenza dall’eroina: la perdita di riferimenti, la perdita della natura – lei, cresciuta in campagna, non riesce a trovare un posto nel mondo dei casermoni scuri di una periferia berlinese – la perdita di una guida – che la porterà a cercarne altre, dapprima tra gli altri bambini, poi sempre di più verso figure che per lei divengono quasi mitologiche, drogati da così tanto tempo che si estraniano dal mondo apparendo quasi eremiti sacri.
I ragazzi dello Zoo di Berlino è un viaggio nella miseria umana, nella prostituzione, nel far “marchette” per procurarsi la roba. Ma quando a fare tutto ciò è una bambina di tredici o quattordici anni che te lo racconta come un’adulta consapevole del percorso fatto, senza più rabbia ma con la serenità del perdono – verso sua madre, verso i clienti che ha incontrato, verso quel ragazzo che tanto amava e che se l’è portata dietro nel baratro – allora diventa un’esplorazione dell’ignoto umano e nello stesso tempo della forza che ognuno dei protagonisti ha dentro di sé, nonostante tutto.
Ecco, l'autobiografia di Frey ha anch' esso questa forza intrinseca. Lo sguardo, il tema del libro per dirlo in modo tecnico, è quello di un uomo che ha lottato e ha vinto, che non si è legato a nessun Dio e a nessun percorso se non la consapevolezza che non voleva morire e che per poter vivere doveva rifiutare ogni volta, ogni giorno, la chiamata della droga.
Io credo che Dio sia una cosa che la gente usa per evitare la realtà. Io penso che la fede permette alla Gente di negare quello che ha davanti agli occhi, e cioè che questa cosa, questa vita, questa esistenza, questa coscienza, o come la vuoi chiamare, è tutto quello che abbiamo, e tutto quello che mai avremo. Io penso che la Gente ha fede perché vuole e ha bisogno di credere in qualcosa, qualunque cosa sia, perchè la vita può essere difficile e deprimente e brutale, se non ci credi.
Quella di Frey è l'ammissione che non può esserci perdono per le scelte che ha consapevolmente fatto e la sola ammenda verso coloro che ha ferito è la sua morte.
Con determinazione e la guida di amici, con l'amore e la certezza di riuscire a trovare la calma dentro di sé che contiene la Furia che lo assale in alcuni momenti della sua vita, Frey decide che può dire di no, che può risollevarsi, che può scegliere liberamente, senza bisogno di crearsi altre dipendenze come gli Alcolisti Anonimi o i 12 passi o un Dio a cui invocare pietà, che può "tenere duro" e vincere le sue molteplici dipendenze.
Un libro duro, tagliente, didascalico nel suo racconto, preciso, non conciso. Frey ci narra ogni singolo giorno della sua ripresa perché lui crede nel racconto del dopo, di che cosa accade a chi è dipendente e a chi sta loro attorno, qual è il sistema che gli Stati Uniti offrono a chi è in remissione, quale strada, fisica e mentale devono percorrere, quali dolori nuovi devono affrontare tutti coloro che vogliono provare a farcela. E sono pochissimi, si stima nel libro, un 15%.
Un libro che è stato difficilissimo leggere, sopratutto in alcuni punti, a volte nauseante e rivoltante per la schiettezza di Frey nel metterci a parte del suo percorso, ma un libro che sprona ad andare avanti nella certezza che conoscere, spesso, è l'arma migliore che abbiamo per aiutare e non voltarci da un'altra parte.