26.4.22

"Passaggi in Siria" di Samar Yazbek

 

 


L’inizio della guerra in Ucraina ha lasciato tutti noi con l’amaro in bocca e tanta paura. Perché alla fine della pand3mia, uomini e donne tornavano a distruggersi l’un con l’altro?

Il giorno del suo scoppio l’ho passato a fare il refresh delle notizie in tempo reale, non potevo crederci ed avevo la sensazione sinistra che non si sarebbe fermata a breve, che tutta l’Europa ne avrebbe risentito. Poi, forse complici i miei studi precedenti, ho scelto consapevolmente di evitare di guardare le notizie ogni giorno, sempre più insopportabili, dedicandomi invece alla lettura di un libro che avevo preso tempo prima e che avevo accantonato in un angolo della libreria. Era arrivato il momento giusto per affrontare il viaggio di “Passaggi in Siria”, libro-resoconto scritto dalla giornalista e attivista siriana Samar Yazbek.

Le radici che avevo creduto di poter estirpare: le radici familiari, i legami con le persone a me care, la mia identità religiosa e professionale, il mio concetto di nazione… tutte quelle radici facevano ancora parte di me, non erano andate distrutte. Avevo provato a ripiantare quel che ne restava in un suolo vergine, fedele alla mia eterna devozione alla verità e alla libertà. Tutt'a un tratto le mie scelte acquistarono un significato, come se sbocciassero mentre mangiavo e osservavo quei giovani così coraggiosi e pieni d'energia.

Yazbek scappa dalla Siria e si rifugia a Parigi con la figlia ma sente di non poter rimanere distante dal suo Paese. Decide quindi di rientrare di nascosto tre volte per documentare i massacri e la guerra ma sopratutto per aiutare le donne siriane a ricostruire un futuro per sé e per le proprie famiglie.

La guerra in Siria è iniziata nel 2011 come una rivoluzione pacifica contro il regime di Assad ma nessuno riconosce più gli obiettivi iniziali. Essa viene combattuta ormai su due fronti: Assad attacca dal cielo con aerei, missili e barili esplosivi, i peggiori; l'Isis attacca da terra, riducendo la popolazione a vivere di stenti. Sono mercenari provenienti dal nord Africa o dalla Cecenia, uomini che aspirano alla creazione di uno stato islamico all'interno della Siria: i siriani non sono d'accordo, le rivoluzioni pacifiche erano volte alla cacciata di Assad e al ripristino di uno stato laico e libero.

Una delle riflessioni che più mi ha colpito della Yazbek riguardava proprio il nostro fruire le immagini di guerra e si è sviluppata in me la consapevolezza che ogni immagine, ogni guerra, portino alla stessa spaccatura tra realtà e finzione:

E’ trascorso un anno da quando ho abbandonato definitivamente la Siria: l’esodo di massa dal mio paese, per le sue dimensioni, passerà sicuramente alla storia. Tengo d’occhio da lontano gli sviluppi. Non lo fate anche voi? Scorrete le immagini, sfogliate le notizie e vi mantenete in contatto con chiunque sia rimasto bloccato laggiù. Ma questo che cosa significa? A cosa serve? Manca la tessera essenziale del puzzle. Leggere che le granate e i barili esplosivi sono caduti per dieci giorni consecutivi sulla città nella quale avete vissuto, Saraqeb, non ha nulla a che vedere con la vera vita sotto i bombardamenti. Da oltre un anno a questa parte, Saraqeb è bombardata con barili esplosivi e bombe a grappolo ogni santo giorno. […] Dove sta il fetore acre degli incendi, il panico negli occhi delle madri terrorizzate o la quiete del breve momento di silenzio e di choc dopo una deflagrazione? Tutte queste immagini ci mettono in contatto in tempo reale con quello che sta avvenendo, ma qual è il vero significato che veicolano? Non significano altro che ulteriore follia. Perché queste immagini bidimensionali fondono la realtà con l’immaginazione, riducendo qualsiasi ragionamento sensato a una sterile assurdità e offuscando la linea di demarcazione tra la vita e la morte.

Allo stesso tempo, ritrovavo nelle pagine relative alla Siria lo stesso sentimento ucraino: noi stiamo combattendo per voi, è grazie a noi che voi vi salvate:

Il mondo esterno non crederà mai che quanto sta accadendo in Siria – ciò di cui tutto il mondo è testimone – non è altro che il desiderio degli attori della comunità internazionale di assicurarsi la propria salvezza. Altri muoiono al posto loro. Continuano a vivere come se nulla fosse, proprio mentre la vita si spegne davanti ai loro occhi. Sono loro i sopravvissuti, ed è quello che conta. E’ un istinto carnale paragonabile alla lussuria. I voyeur di tutto il mondo si stanno godendo lo spettacolo di una Siria che lotta disperatamente per la sopravvivenza.

Il cammino della scrittrice passa per città bombardate e villaggi ormai isolati, per la linea del fronte e per le maglie aperte dei confini per alcuni invalicabili e per altri invisibili: è la guerra, chi scappa fatica, chi vuole combattere entra facilmente anche se significa modificare la rivoluzione, renderla altro da ciò che era, da come doveva essere.

La Siria non sarà mai più la stessa: è stata impiccata, sbudellata, squartata.

Ma la speranza non muore mai e l’istruzione e il lavoro che passano dalle donne sono il vero obiettivo della Yazbek che gira tra le case e le cantine abitate dalle siriane rimaste a fianco di figli e mariti combattendo la loro battaglia quotidiana per la sopravvivenza, imparando o mettendo in atto tutte le misure necessarie per inventarsi di nuovo e dare futuro ai propri figli. Un mondo di luce e speranza in un mondo di morte.

Erano le donne a pagare il prezzo più salato di questa guerra, e la situazione per loro stava diventando sempre più pericolosa a seguito dell'infiltrazione di gruppi integralisti, estranei alla società siriana, e al loro tentativo di imporre abitudini e regole di vita differenti.

Proprio la morte, dice l’autrice, è inestricabilmente legata alla scrittura, ultima grande riflessione del viaggio:

la scrittura è un cammino verso la consapevolezza, attraverso la sua complessa relazione con la morte. E’ una riproduzione della vita, e al contempo un coraggioso atto di sfida alla morte. Ma di fronte ad essa rappresenta anche una sconfitta, in quanto la morte, in ultima analisi, con tutti gli interrogativi complessi che pone, della scrittura è sia l’impulso sia la sorgente. Eppure è una sconfitta eroica, che dimostra coraggio. Finora non avevo mai compreso quest’ineluttabile sovrapposizione tra la scrittura e la morte.

Yazbek lascia la Siria con la morte nel cuore e queste parole cercano in qualche modo di dare dignità ad un popolo martoriato e storia ad una guerra dimenticata.

3.4.22

L'arte dei retelling

 

ovvero, leggere "Non è un paese per single" di Felicia Kingsley



Leggiamo storie per i motivi più disparati: fuggire o restare imprigionat*, svagarci o emozionarci, pensare o staccare la spina alla testa, che vortica in mille modi diversi.

Leggere è complementare allo scrivere: perché si scrivono storie? Basta il desiderio di lasciare traccia? E’ sufficiente l’idea di resistenza che porta con sé la carta?

Ciò che conosciamo meno è l’arte di narrare in forma nuova storie già esistenti.

La prima volta che ne ho sentito parlare ero all’università e lì le hanno chiamate “riscritture” perché si recupera una parte della Bibbia, un racconto, un personaggio, la sua storia, un evento e lo si rinarra. Il racconto prende spunto da qualcosa di già esistente e viene riscritto in forma diversa: cambia l’ambientazione o i tratti del protagonista, cambia il finale o le emozioni provate.

La seconda volta che ne ho sentito parlare e ho iniziato ad amare queste storie è stato quando nel mio gruppo di accanite lettrici mi hanno spiegato che esistono i retelling, libri che rinarrano storie classiche, favole o romanzi della letteratura mondiale, meglio se rifacendosi a libri che hanno ormai perso i diritti d’autore, ovvero per i quali sono passati 70 anni dalla morte dell’autore.


L’ultimo che ho letto è di un’autrice italiana, mia coetanea, che vive a Modena e ha scelto come nome d’arte Felicia Kingsley per mantenere separata la sua vita da scrittrice da quella da architetto. Il suo stile è fresco ed ironico: è la prima autrice di romance che leggo a mescolare ironia e passione, a creare storie erotiche eppure così divertenti e realistiche da far immaginare che davvero ciò in cui siamo immerse può accadere davvero.

Il retelling “Non è un paese per single” è ispirato a “Orgoglio e Pregiudizio” di Jane Austen: narra la storia d’amore tra Elisa Benetti e Michael D’ Arcy. Una reinterpretazione di un classico intramontabile per la quale la Kingsley ha letto e riletto non solo l’originale ma anche le diverse interpretazioni: meglio conoscere tutte le diverse sfaccettature per non incappare in una brutta copia di qualcosa già esistente.

La storia si sviluppa tra la tenuta Le Giuggiole, in Chianti, un paesaggio bucolico, con vigne a perdita d’occhio e Londra, con la sua city, gli abiti costosi e le feste esclusive. La trama resta molto simile ma cambia l’ambientazione, lo stile della narrazione e, in qualche modo, il genere del romanzo. Anche le età dei protagonisti sono cambiate: la storia non poteva funzionare mantenendo tutti i personaggi intorno ai 20 anni ma funziona benissimo se a parlare sono dei trentenni con lavori ben avviati ma che mancano di qualcosa di importante e storie familiari non lineari. Elisa e Michael sono amici d’infanzia che ad un certo punto si perdono: Elisa nel mentre ha una figlia inaspettata che cresce da sola insieme alla mamma e alla maggiordoma, una Drusilla Foer del Chianti, ricchissima ma che intende non annoiarsi nella vita lavorando a Le Giuggiole. Alla morte del proprietario della tenuta, per il quale Elisa cura i vigneti, la proprietà passa a Carletto, migliore amico di Michael che lavora nella city di Londra e che non torna in Chianti da quando è piccolo.

Non sarà amore a prima vista: le colline non sembrano reggere il confronto con i grattacieli, i tempi rilassati cozzano con la voglia di mordere il freno di Michael ma è innegabile l’attrazione che Elisa scatena in lui e la presa del cibo che conquista non solo il suo palato ma anche il suo cuore.

Una storia moderna e divertente che mi ha fatta ridere fino alle lacrime, scritta con passione e freschezza: da qui mi sono innamorata non solo del genere ma sopratutto dell’autrice.

Sono certa che a questo ne seguiranno altri come altri ne sono arrivati prima. Questo post è quindi corredato da un elenco: un elenco che continuerà a crescere e ad essere aggiornato perché possa ricordare i viaggi fatti nel mondo della riscrittura.

Altri retelling che vi consiglio:

  • Katy Regnery – Il Veterano –  La Bella e la Bestia

  • Katy Regnery – Non lasciarmi mai andare – Hansel e Gretel


10.11.21

"Scrivimi ancora" di Vi Keeland e Penelope Ward

 

ovvero come parlare d'ansia nel 2021

 


Avevo promesso che questo blog sarebbe stato diverso, che sarebbe stato un’immagine più realistica di quella che sono oggi: lo devo a me e alla strada che ho percorso per arrivare sino a qui. E lo devo alle promesse che io e F. ci siamo fatte.

Cara F., ti girerò questo articolo e spero che ti piaccia, come sempre lo scrivo io ma senza il tuo sostegno e il tuo spingermi più in là non credo che l’avrei mai fatto né che sarei stata così sincera.

Mi sono anche promessa di linkarlo su Instangram, in entrambi i miei profili, perché sennò perde il senso che ha per me e credo anche la sua forza.

Ho deciso di scrivere dopo aver letto un libro. E fin qui niente di strano.

La cosa strana è che ho unito più cose che mi sono capitate in quest’ultimo periodo e che definiscono almeno in parte chi sono, forse anche chi sarò, ma qui solo il tempo mi dirà se ho ragione.

Il libro in questione è un Romance: già, un libro particolare, un genere letterario sottovalutato, considerato per adolescenti e donne poco acculturate, considerato di serie C forse, ma che ho rivalutato e che sto imparando non solo ad amare ma a considerare una nuova passione. Per chi non lo sapesse il Romance (e non me ne vogliano le ragazze che mi leggeranno e che sono più informate di me) è un sottogenere del romanzo rosa: l’asse centrale è costituito dalla storia d’amore e sesso tra i due protagonisti, che nonostante le difficoltà sappiamo già che resisteranno, si ameranno come nessuno al mondo e convoleranno a nozze, o comunque verso il lieto fine. Ciò che però ho scoperto è la schiettezza e la sincerità di questi romanzi, perlopiù di autrici anglofone, nel trattare argomenti che per noi donne sono oggi fondamentali. Per dirla in modo forse fin troppo netto, di femminismo abbiamo un bisogno enorme e auguro a tutte di leggere Oriana Fallaci, Simone de Beauvouir, Rupi Kaur e chi più ne ha più ne metta, ma auguro anche a tutte di imbattersi nel romance giusto. Ho letto autrici che trattano il tema della fecondazione assistita, della violenza sulle donne, dei disturbi psicologici. Ve ne sono altre che parlano di razzismo e stalking, di violenza sui bambini e di storia, archeologia o scienze. Insomma, davvero ognuna di noi può trovare il suo.

Ed eccomi qui, a raccontarvi di come oggi io abbia forse trovato il mio.

 

Il libro in questione è “Scrivimi ancora” di Vi Keeland e Penelope Ward: ho già letto alcuni dei loro libri ma davvero me ne innamoro ogni giorno di più. Questo, oltre alla bella storia tra una scrittrice e una rockstar, parla di ansia: la protagonista, dopo un evento traumatico, soffre di agorafobia e attacchi di panico. Per dirla con le parole che trovo dopo aver iniziato un corso sulla lettura, l’argomento è la storia d’amore travagliata tra un uomo abituato ai bagni di folla ed una donna che vive in solitudine ai margini di un bosco e ha per amico un terapeuta appassionato di birdwatching, ma il tema è la stigmatizzazione dei disturbi psicologici: l’ansia e le sue manifestazioni sono un disturbo e chi ne soffre viene guardato con sospetto e compassione. Il tema, ovvero la visione sul mondo delle autrici, è un esempio di empatia e di accoglienza: dall’ansia si può uscire, si può avere una vita normale pur soffrendone, chiedere aiuto è il primo passo, non si è soli e ci sono persone, fortunatamente, che non ci giudicheranno.

 

Del libro ho amato due cose: la schiettezza delle descrizioni dello stato ansioso affidate a Lucia, la protagonista, in cui mi sono ritrovata appieno. Quella sensazione di blocco che pervade il corpo, i groppi in gola e in pancia, la voglia di fuggire lontano, la serenità nella propria confort zone, nel ripetere quei gesti che sono tutto tranne la soluzione ma rappresentano il desiderio di evadere da qualcosa che resta appiccicata addosso se non la si affronta. Lucia vive così, in una bolla dove non fa entrare nessuno perché pensa di non poter gestire tutto, pensa che da sola sia tutto più semplice. E qui arriva Griffin, che piano piano cerca di scardinare questo pensiero insieme a Doc. 

 

«Sta dicendo che sarei più tranquilla in una relazione?»

«Precisamente. Non è insolito che le persone con disturbi d’ansia tendano a isolarsi, come hai fatto tu. Cercano di nascondere il problema per evitarsi l’imbarazzo di avere un attacco di panico davanti a qualcun altro. Per questo è molto importante avere una rete di supporto. Quando vedi che le persone che ami ti accettano per quello che sei, senza giudicarti, ti senti più sicuro e sei disposto a correre dei rischi che potrebbero portarti ad avere un attacco anche di fronte a persone estranee alla tua rete. Fidarti di qualcuno che ami è il prossimo passo per te. Hai fatto grandi progressi con me negli ultimi anni, ma ora devi imparare a cavartela da sola. Sei tu che devi decidere di spingerti oltre».

 

Ecco l’altra cosa che ho amato del libro: la capacità delle autrici di non far sentire sola o giudicata la protagonista decidendo di affiancarle due uomini che non solo hanno rispettato i suoi tempi ma l’hanno spronata al momento giusto e l’hanno accolta nel suo dolore, non sono scappati né, cosa fondamentale, hanno minimizzato le sue sensazioni ma si sono messi in ascolto e hanno cercato di comprenderla. 

 

 

Succede sempre così? E’ un comportamento scontato? Assolutamente no. Qui sta il pregio di questo romance: mescolare la narrazione di genere con una narrazione positiva inerente i disturbi d’ansia, senza ridicolizzarli o pensando che siano qualcosa di poco conto, ma elevando l’ansia e le sue manifestazioni a ciò che sono: un disturbo che permea tutta la vita quotidiana, le decisioni, la salute fisica e mentale, le relazioni. Allo stesso tempo però, è un disturbo che con le dovute richieste di aiuto si può se non sconfiggere almeno imparare a conviverci, a renderlo meno impattante sulla propria vita, ad andare oltre.


Ognuno di noi ha dentro si sé il buio e la luce, amore mio. Cerchiamo di nascondere agli altri l’oscurità per non spaventarli, perché abbiamo paura di perderli. Ma la tua oscurità non mi fa paura, Lucia. Mi fa solo desiderare di stringerti la mano ed essere la tua luce finché non la ritroverai dentro di te. E’ questo che fanno le persone quando si innamorano. Io non potrò sempre restituirti la luce, a volte dovrai riuscire a trovarla da sola, ma nel frattempo starò al tuo fianco nell’oscurità, così tutto sarà meno spaventoso.


In un mondo abituato a vederci sorridere sempre, davvero non sappiamo ciò che passa sotto la pelle delle persone che incontriamo. Se un atto di gentilezza può esserci, è sicuramente quello di prendere per mano chi ci sta a fianco ed essere il suo sostegno, la sua ancora di salvataggio, la sua casa sicura.

5.11.21

Accoglienza: Pinocchio

 



Terzo appuntamento con il tema dell’accoglienza a scuola.

Che cosa fare i primi giorni? Quali bambini avremo in classe? Saremo soli o insieme alle colleghe di classe?

Nella scuola primaria funziona così: le prime due settimane, in genere, vengono dedicate all’accoglienza e l’insegnante di religione rimane in classe con l’insegnante prevalente. Si guardano i materiali che hanno portato i bambini, a volte si inizia lo studio dei pre-requisiti, si ripassa, ci si racconta l’estate. Spesso questo tempo non finisce entro le due settimane: anche se veniamo lasciati con la classe, il più delle volte l’attività alternativanon parte subito per cui ci ritroviamo a classe completa, consapevoli di dover pensare a lezioni che non ci facciano perdere il ritmo della nostra materia ma che non ledano il diritto dei bambini che decidono di non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica. 

Ho così immaginato un percorso che abbia a che fare con uno dei classici della letteratura infantile: Pinocchio.

E’ un percorso pensato per le prime e le seconde elementari, dove la storia di Pinocchio si lega indissolubilmente alla Creazione (ma di questo ne parlerò in un post più approfondito).

Mi concentro ora sulle prime due lezioni, che conto essere a classe intera se pensiamo ad una seconda elementare, in un periodo dell’anno, settembre, in cui i bambini hanno bisogno di riprendere pian piano confidenza con l’insegnante. Se penso alla classe prima, immagino queste due lezioni dopo Natale, un momento di ripresa anche questo, in cui non inizio subito un nuovo argomento ma cerco di riprendere confidenza con i bambini e di accogliere i loro momenti di tristezza.

Pinocchio è una storia che spesso i più piccoli conoscono, ma non lo do per scontato: scelgo solitamente un libro illustrato oppure una versione ridotta della storia. Non mi interessa scoprire tutti i passaggi narrativi del classico né esaminarlo dal punto di vista linguistico, ma voglio scatenare una reazione positiva nei bambini, di immedesimazione e divertimento, dove possano anche esplorare il loro lato più biricchino e ridere insieme delle possibili malefatte di un burattino pasticcione che a scuola proprio non ci vuole stare.

L’albo illustrato che preferisco fa parte della collezione Sassi “Le fiabeintagliate”: se avete bambini li lascerà a bocca aperta perché dalle pagine prendono vita i trucioli del legno che diventa Pinocchio, il tendone di Mangiafuoco e l’azzurro dei capelli della Fata Turchina.

Ho scelto Pinocchio non a caso: vi è uno studio molto conosciuto e approfondito scritto dal cardinal Biffi, il quale racconta Pinocchio quale riscrittura, ovvero una modalità narrativa secondo la quale mantenendo lo scheletro di base della storia, vengono stravolti personaggi ed eventi in modo che a rimanere, della narrazione iniziale, sia il senso ed il significato. Ecco, Pinocchio è una bellissima riscrittura di alcune parti della Bibbia: Collodi, dopo aver studiato in una scuola cattolica, decide di scrivere un racconto a puntante avente per protagonista un burattino che diviene bambino, che non ne fa una giusta ma alla fine viene redento ugualmente, che si lega a strani personaggi ma che ottiene l’amore e la guida di una madre turchina, evanescente e sempre presente. Un bimbo nato dal legno che finisce nella pancia di una balena, che viene deriso ed impiccato ad un albero ma che ottiene la salvezza e che dona salvezza e riguardo verso il padre ormai anziano.

Vi ricorda qualcosa?

La parte che solitamente uso in classe è quella iniziale: un ciocco di legno che viene donato ad un falegname che pian piano costruisce un burattino, il quale però, sin da subito, appare più di ciò che è.

Chiedo quindi ai bambini di immedesimarsi nel burattino: il quaderno ci serve come blocco per gli appunti in qui scriveremo o disegneremo la giornata tipica di un burattino. In questa fase i bambini lavorano singolarmente, pensando spronati e guidati dall’insegnante, a quante situazioni stravaganti può vivere un burattino ai giorni nostri.

Nelle prime questo passaggio viene fatto a voce e si passa velocemente alla seconda fase della lezione: la drammatizzazione.

La drammatizzazione è una forma di linguaggio originaria del bambino, è un mezzo di espressione, di comunicazione, è uno strumento che favorisce ed incentiva le relazioni tra i bimbi attori, tra i bimbi spettatori e tra attori e pubblico: relazioni volte alla condivisione e al coinvolgimento emotivo. 

Drammatizzare significa fare e prendere coscienza. Fare qualcosa, per i piccoli, è fondamentale perché lo sviluppo cognitivo passa da lì. Diventare davvero quel burattino ha lo scopo di farli immedesimare prendendo coscienza del fatto che costruito non è creato: il loro corpo di bambini non è adatto alle peripezie di un burattino, se lo scalpello li colpisce sentono male e urlano come Pinocchio nel libro; allo stesso modo, l’agire e il muoversi legnoso del burattino è differente dal loro, la carne è diversa dal legno. Credetemi, il divertimento è assicurato.

Alla fine di queste due lezioni “perse” a ridere e raccontarci cosa un bambino ha di diverso rispetto ad un burattino, saremo pronti per affrontare l’inizio di un argomento centrale per la religione cattolica a scuola.

Chi indovina quale?


4.11.21

Accoglienza: barattoli e storie

 


 

I barattoli di questi libri contengono storie: silenziose e passate, eppure vive. Le si possono sentire con il tatto.


Ad esempio quando apro “Il barattolo della felicità” penso all’immagine finale (che non vi spoilero) come alla posizione che preferisco per leggere. Il raccoglimento che ispira e la sua condivisione ricordano al lettore il vero significato del libro: la felicità non si può comprare perché è fatta dei momenti che condividiamo con chi amiamo. La felicità non è un momento, è un percorso, che non possiamo chiudere con un tappo, ma possiamo solo regalare affinché ognuno possa viverla e abbracciarla. 

Il barattolo di stelle” è ancora più bello: racconta di un’amicizia nata sotto il cielo della ricerca. Narra di due bambini appassionati di bellezza che diventano amici proprio quando quell’immensità ha bisogno di essere condivisa. Poi, una partenza, il dolore della perdita e della lontananza, finché arriva un’idea: la bellezza la si può raccogliere e spedire, perché una volta che il barattolo si apre può di nuovo essere il momento della vita condivisa.

L’inizio dell’anno porta con sé così tanti ricordi: le vacanze, i momenti di quiete e silenzio, i sorrisi e le risate, gli abbracci e l’amore del tempo passato insieme a chi si ama. Le vacanze portano con sé rimasugli di sabbia e vento, verde e azzurro, foglie, terra, acqua. Le vacanze portano con sé quasi sempre il meglio, il tempo che riusciamo a dedicarci e dedicare all’altro. E tutto questo, tutti questi ricordi, sfociano nel caos dell’inizio dove i banchi sono diversi dall’ultima volta, i capelli e gli occhiali a volte sono cambiati, amicizie si ritrovano oppure si perdono per sempre. 

L’inizio dell’anno è il momento per me di salutare vecchi e nuovi allievi, di incontrare i loro occhi e i loro abbracci, di conoscere cosa ne è stato di loro per tre mesi dopo che per un anno li ho visti tutte le settimane, è il tempo del racconto e della scoperta di quanto siamo cambiati, di come siamo cresciuti.

Le prime pagine dei quaderni, allora, si riempiono di barattoli e ai muri appiccichiamo barattoli enormi. Poi li riempiamo: disegni e parole per dirci tutto ciò che di questa estate ci portiamo dietro.


E colori, un’immensità di colori.

Perché siamo reti e mani tese, fili colorati che insieme diventano un telo variopinto che racconta chi siamo.

Quest’anno nei quaderni mi è sembrato importante dirlo, chi siamo, e regalarci disegni colorati e barattoli di ricordi felici.

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"Passaggi in Siria" di Samar Yazbek

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