27.9.21

"Streghe" di Lilli Gruber

 


Spesso racconto che leggere è intraprendere un viaggio, non solo si possono conoscere luoghi e persone diverse ma molto più spesso ci si conosce meglio. Sono convinta che siano le parole altrui a darci forma, a costituirci ciò che siamo, relazioni urlate o raccontate, animate dal nostro personale sentire. Non è quindi importante la quantità di parole e pagine che maciniamo leggendo, ma la loro qualità, quante cose raccontano di noi, quanto ci fanno scender più in profondità rispetto a quello che già sappiamo e viviamo? Per me la lettura è questo, scoprire pezzetti di me che non sapevo esistessero e cercare di raccontarmeli attraverso parole mie, nuove a volte oppure che ridisegnano l’immagine di quello spicchio rimasto assopito.

Ogni libro è una scoperta ed è ciò che vorrei far emergere qui e su Istangram, nella certezza che a volte un libro tocca più di altri, incuriosisce, richiama, attira l’attenzione, sprona ad imparare.

Questo testo della giornalista Gruber è denso e articolato, l’ho letto rinnovando più volte il prestito bibliotecario e tenendolo sul comodino, lasciandomi il tempo di leggere qualche pagina alla volta tante erano le informazioni che arrivavano dalle righe scritte.

Punto di partenza sono le ultime streghe bruciate sul rogo in Europa, Anna Goldi nel 1782 e Barbara Zdunk nel 1811 per tentare di raccontare quale possa essere la loro discendenza oggi: quali donne, quali streghe temiamo e viviamo quotidianamente?

La Gruber cerca di dare uno sguardo onnicomprensivo del mondo femminile europeo tanto da riservare ad ogni capitolo un argomento e un viaggio diversi sottolineando come abbia deciso di scrivere e parlare solo delle storie che conosce in prima persona lasciando la parola alle protagoniste, come una scrivana che meticolosamente prende appunti e intesse relazioni tra le storie.

“Le donne si sono ritrovate assieme non perché abbiano delle cose in comune, ma perché ci sono molte cose che non hanno” sembra essere l’assunto delle donne intervistate.

I temi trattati sono vari e molteplici: si parte dalla prostituzione nei panorami italiano e olandese dove la diatriba sulle case chiuse continua. Per le donne e per le prostitute le case chiuse sono una sconfitta, la perdita dell’unico aiuto che la strada può offrire, l’incontro con l’altro che spesso è il cliente che si affeziona e “salva” le ragazze dal giro in cui sono cadute vittime.

Grande spazio viene dato all’aborto per il quale la giornalista passa in rassegna diverse posizioni, la situazione degli ospedali italiani, la discussione politica e ovviamente l’imprinting della Chiesa. La resa dei conti avviene però a mio modo di vedere nell’incontro con chi gli aborti li pratica e che cerca di evidenziare le ragioni di una situazione dove la libertà di scelta delle donne non è assicurata:

"Al San Paolo di Milano gli anestesisti sono tutti obiettori" forse perché “ a 5 settimane vedi il cuore che batte con l’ecografia. A 10, sgambettano”.

Altro grande scoglio è il lavoro femminile che vive una vera e propria disparità di genere: le mamme fanno fatica a lavorare, fatica che ha un nome, si chiama

broken career pattern: cominci tra i venti e i trenta la tua carriera, poco dopo i trent’anni ti viene il panico, fai un figlio, e poi non riesci più a lavorare. Almeno non a certi livelli” considerando anche che “ è una questione di reddito. Se puoi permetterti qualcuno che si prenda cura dei figli bene, se no devi accettare un part-time”.

Per riequilibrare un ambiente plasmato dal patriarcato il discorso atterra sulle quote rosa, osteggiate tanto dalle donne quanto dagli uomini: qui il problema è come sono state spiegate.

“Non si chiede una quota per le donne, ma meccanismi che impediscano il mantenimento della quota monopolistica maschile” ovvero è una lotta contro un monopolio.

La necessità ed anche il consiglio è che non bisogna mai sminuirsi, “se si è una Ferrari non si può vivere come una Cinquecento” ma sopratutto

“la prima cosa da fare è ricostruire un dialogo femminile che fino a pochi anni fa era vivo e fecondo. E che oggi non è certo spento, ma offuscato dalle emergenze del presente. Donne con diverse fedi politiche, credi religiosi, professioni, vite, devono tornare a parlarsi di quello che veramente serve a tutte quante. Ovvero il diritto a essere cittadine, lavoratrici, mogli, madri o nessuna di queste cose se lo desiderano, ma anche tutte, se ne sentono il bisogno. Accanto a uomini che finalmente accettino di rimettersi in discussione. Smettendola di fingersi ignari che anche per loro il mondo è cambiato”.

11.9.21

"Fiore di Roccia" di Ilaria Tuti

 

 

Questo è un libro che non smetterò di consigliare né regalare. 

Ilaria Tuti riscrive un pezzetto di storia del Friuli, delle sue montagne e della nostra guerra, quella di tutta un’Italia.

Quando parliamo di guerra raramente ci troviamo di fronte a racconti su come le donne l’abbiano affrontata in prima linea, di come abbiano combattuto, di dove fossero mentre i loro figli e mariti morivano in trincea.

Non avevo mai sentito prima la storia delle Portatrici carniche, donne friulane che durante la Grande Guerra decisero di dare il loro contributo portando i rifornimenti agli alpini stanziati sul confine, sepolti tra le Alpi. Una lunga fila di donne che terminati i loro lavori in casa e nei campi, lasciavano i figli piccoli e gli anziani a casa, si caricavano enormi e pesanti gerle sulle spalle e con addosso le loro tipiche scarpetz salivano i pendii per portare approvvigionamenti alle truppe.

Una storia di resilienza e generosità femminile.

Tra i tanti, i personaggi che mi ho amato di più sono quelli di Agata e del comandante Colman: la prima che è l’eroina, la portabandiera e la portavoce di queste donne e con esse di tutte le donne dell’epoca, figlie e madri combattenti, che decisero di non lasciare soli gli uomini, di essere la loro ultima speranza; il secondo è il capitano Colman, capo degli alpini sui monti sopra Timau, il paese del racconto, che lotta a fianco dei suoi uomini sino alla fine, uomo di grande coraggio ed estremo valore ma sopratutto di grande empatia, che sa bene che cosa sia la guerra e che cerca di porvi rimedio con le proprie azioni, giorno dopo giorno, azione dopo azione.

La frase che rappresenta di più queste donne e, forse l’intero libro, è ciò che vorrei trasformare in domanda per l’autrice: quando ci racconterà un’altra storia di donne così, di donne che nel silenzio hanno fatto la storia, quando ridarà loro il valore e il posto che meritano?

 

“La nostra capacità di bastare a noi stesse non ci è stata riconosciuta né concessa. L’abbiamo tessuta con la fatica e il sacrificio, nel silenzio e nel dolore, da madre in figlia. Poggia su questi corpi meravigliosamente resistenti ed è a disposizione di chiunque ne abbia bisogno. Si nutre di spirito infuocato e iniziativa audace, vive di coraggio. Vive di altre donne. Siamo una trama di fili tesi gli uni sugli altri, forti perché vicini”.

 

Un libro che ho amato e con cui ho pianto lacrime di dolore e amore insieme, grata per la storia che l’autrice ha finalmente consegnato al mondo.

 

Guardo questa madre, che spende il tempo prezioso che le rimane nel tentativo di salvarci, invece di stare con i suoi bambini, e vedo, finalmente, Dio. Dio è qui ed è donna.”

 

Edizioni Longanesi

#michelacaccavoblog #unamaestratralerighe #guerra #lettura #femminismo

10.9.21

"The hate u give. Il coraggio della verità" di Angie Thomas



Permettiamo alle persone di dire certe cose,

e loro le dicono così spesso che dopo un po’ lo trovano ammissibile e noi normale.

Ma che senso ha avere una voce, se poi resti in silenzio quando non dovresti?”.

 

Starr si muove tra due mondi: abita a Garden Heights, un quartiere nero dove imperversano le gang e la violenza di strada, ma frequenta una scuola prestigiosa di “bianchi” nella quale è ben inserita e ha alcune amicizie sincere.

Vive in realtà una doppia vita, a metà strada tra la fratellanza con gli amici dell' infanzia e l'omologazione con i nuovi compagni: a nessuno dei due gruppi permette di vedere l’intera Starr, sembra esserne spaventata. 

L'equilibrio si rompe però quando, di ritorno da una festa, Starr assiste all’uccisione di Khalil, il suo migliore amico, colui che la stava riaccompagnando a casa. Un'auto della polizia li ferma e mentre era disarmato, durante la perquisizione, l'agente bianco si spaventa ed esplode un colpo di arma da fuoco

Il caso conquista le prime pagine dei giornali: Khalil diviene il nero, spacciatore, che se lo è meritato e lei l’unica testimone, scomoda sia per le gang del quartiere che per i bianchi. Che cosa avrà da dire Starr? Qual è la strada giusta da seguire?

Qui la voce torna a comandare: quanto siamo responsabili dei nostri silenzi oltreché delle parole che urliamo o sussurriamo? Quanto male è possibile solo grazie e attraverso il silenzio?

Di fronte all'uccisione di Khalil e all'indecisione di Starr, il quartiere non ci sta: scende in strada mettendo a ferro e fuoco le vie. Chiedendo giustizia. Lanciando lacrimogeni e slogan, alzando i pugni, le voci, le barricate. Il fumo è denso, la paura sale alle stelle.

Ora Starr deve decidere.

 

Questa storia va al di là di me e Khalil.

Riguarda Noi, con la N maiuscola;

tutti quelli che hanno la nostra stessa pelle,

che provano le nostre stesse emozioni,

che stanno soffrendo con noi pur non conoscendoci.

E il mio silenzio non ci sta aiutando.”

 

Con grande fatica e a costo di mettere a rischio la vita sua e della propria famiglia, Starr comprende di essere l’unica che può dire davvero come sia andata. E userà tutta la sua voce per combattere la guerra affinché sia fatta giustizia. Per Khalil e per tutti gli altri.

Un libro bello, che resta incollato dentro, che appanna gli occhi e scalda il cuore e che fa sentire completamente a disagio per ciò che, senza neanche rendercene conto, pensiamo ogni giorno. Leggendolo, vorremmo essere tutti Starr, ma siamo troppo spesso delle Hailey: bianchi, biondi, ricchi e assolutamente privilegiati, incapaci di riconoscere il senso delle battaglie da combattere e il fianco da coprire.

 

Giunti Editore

#michelacaccavoblog # unamaestratralerighe#decolonizzazione

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