10.11.21

"Scrivimi ancora" di Vi Keeland e Penelope Ward

 

ovvero come parlare d'ansia nel 2021

 


Avevo promesso che questo blog sarebbe stato diverso, che sarebbe stato un’immagine più realistica di quella che sono oggi: lo devo a me e alla strada che ho percorso per arrivare sino a qui. E lo devo alle promesse che io e F. ci siamo fatte.

Cara F., ti girerò questo articolo e spero che ti piaccia, come sempre lo scrivo io ma senza il tuo sostegno e il tuo spingermi più in là non credo che l’avrei mai fatto né che sarei stata così sincera.

Mi sono anche promessa di linkarlo su Instangram, in entrambi i miei profili, perché sennò perde il senso che ha per me e credo anche la sua forza.

Ho deciso di scrivere dopo aver letto un libro. E fin qui niente di strano.

La cosa strana è che ho unito più cose che mi sono capitate in quest’ultimo periodo e che definiscono almeno in parte chi sono, forse anche chi sarò, ma qui solo il tempo mi dirà se ho ragione.

Il libro in questione è un Romance: già, un libro particolare, un genere letterario sottovalutato, considerato per adolescenti e donne poco acculturate, considerato di serie C forse, ma che ho rivalutato e che sto imparando non solo ad amare ma a considerare una nuova passione. Per chi non lo sapesse il Romance (e non me ne vogliano le ragazze che mi leggeranno e che sono più informate di me) è un sottogenere del romanzo rosa: l’asse centrale è costituito dalla storia d’amore e sesso tra i due protagonisti, che nonostante le difficoltà sappiamo già che resisteranno, si ameranno come nessuno al mondo e convoleranno a nozze, o comunque verso il lieto fine. Ciò che però ho scoperto è la schiettezza e la sincerità di questi romanzi, perlopiù di autrici anglofone, nel trattare argomenti che per noi donne sono oggi fondamentali. Per dirla in modo forse fin troppo netto, di femminismo abbiamo un bisogno enorme e auguro a tutte di leggere Oriana Fallaci, Simone de Beauvouir, Rupi Kaur e chi più ne ha più ne metta, ma auguro anche a tutte di imbattersi nel romance giusto. Ho letto autrici che trattano il tema della fecondazione assistita, della violenza sulle donne, dei disturbi psicologici. Ve ne sono altre che parlano di razzismo e stalking, di violenza sui bambini e di storia, archeologia o scienze. Insomma, davvero ognuna di noi può trovare il suo.

Ed eccomi qui, a raccontarvi di come oggi io abbia forse trovato il mio.

 

Il libro in questione è “Scrivimi ancora” di Vi Keeland e Penelope Ward: ho già letto alcuni dei loro libri ma davvero me ne innamoro ogni giorno di più. Questo, oltre alla bella storia tra una scrittrice e una rockstar, parla di ansia: la protagonista, dopo un evento traumatico, soffre di agorafobia e attacchi di panico. Per dirla con le parole che trovo dopo aver iniziato un corso sulla lettura, l’argomento è la storia d’amore travagliata tra un uomo abituato ai bagni di folla ed una donna che vive in solitudine ai margini di un bosco e ha per amico un terapeuta appassionato di birdwatching, ma il tema è la stigmatizzazione dei disturbi psicologici: l’ansia e le sue manifestazioni sono un disturbo e chi ne soffre viene guardato con sospetto e compassione. Il tema, ovvero la visione sul mondo delle autrici, è un esempio di empatia e di accoglienza: dall’ansia si può uscire, si può avere una vita normale pur soffrendone, chiedere aiuto è il primo passo, non si è soli e ci sono persone, fortunatamente, che non ci giudicheranno.

 

Del libro ho amato due cose: la schiettezza delle descrizioni dello stato ansioso affidate a Lucia, la protagonista, in cui mi sono ritrovata appieno. Quella sensazione di blocco che pervade il corpo, i groppi in gola e in pancia, la voglia di fuggire lontano, la serenità nella propria confort zone, nel ripetere quei gesti che sono tutto tranne la soluzione ma rappresentano il desiderio di evadere da qualcosa che resta appiccicata addosso se non la si affronta. Lucia vive così, in una bolla dove non fa entrare nessuno perché pensa di non poter gestire tutto, pensa che da sola sia tutto più semplice. E qui arriva Griffin, che piano piano cerca di scardinare questo pensiero insieme a Doc. 

 

«Sta dicendo che sarei più tranquilla in una relazione?»

«Precisamente. Non è insolito che le persone con disturbi d’ansia tendano a isolarsi, come hai fatto tu. Cercano di nascondere il problema per evitarsi l’imbarazzo di avere un attacco di panico davanti a qualcun altro. Per questo è molto importante avere una rete di supporto. Quando vedi che le persone che ami ti accettano per quello che sei, senza giudicarti, ti senti più sicuro e sei disposto a correre dei rischi che potrebbero portarti ad avere un attacco anche di fronte a persone estranee alla tua rete. Fidarti di qualcuno che ami è il prossimo passo per te. Hai fatto grandi progressi con me negli ultimi anni, ma ora devi imparare a cavartela da sola. Sei tu che devi decidere di spingerti oltre».

 

Ecco l’altra cosa che ho amato del libro: la capacità delle autrici di non far sentire sola o giudicata la protagonista decidendo di affiancarle due uomini che non solo hanno rispettato i suoi tempi ma l’hanno spronata al momento giusto e l’hanno accolta nel suo dolore, non sono scappati né, cosa fondamentale, hanno minimizzato le sue sensazioni ma si sono messi in ascolto e hanno cercato di comprenderla. 

 

 

Succede sempre così? E’ un comportamento scontato? Assolutamente no. Qui sta il pregio di questo romance: mescolare la narrazione di genere con una narrazione positiva inerente i disturbi d’ansia, senza ridicolizzarli o pensando che siano qualcosa di poco conto, ma elevando l’ansia e le sue manifestazioni a ciò che sono: un disturbo che permea tutta la vita quotidiana, le decisioni, la salute fisica e mentale, le relazioni. Allo stesso tempo però, è un disturbo che con le dovute richieste di aiuto si può se non sconfiggere almeno imparare a conviverci, a renderlo meno impattante sulla propria vita, ad andare oltre.


Ognuno di noi ha dentro si sé il buio e la luce, amore mio. Cerchiamo di nascondere agli altri l’oscurità per non spaventarli, perché abbiamo paura di perderli. Ma la tua oscurità non mi fa paura, Lucia. Mi fa solo desiderare di stringerti la mano ed essere la tua luce finché non la ritroverai dentro di te. E’ questo che fanno le persone quando si innamorano. Io non potrò sempre restituirti la luce, a volte dovrai riuscire a trovarla da sola, ma nel frattempo starò al tuo fianco nell’oscurità, così tutto sarà meno spaventoso.


In un mondo abituato a vederci sorridere sempre, davvero non sappiamo ciò che passa sotto la pelle delle persone che incontriamo. Se un atto di gentilezza può esserci, è sicuramente quello di prendere per mano chi ci sta a fianco ed essere il suo sostegno, la sua ancora di salvataggio, la sua casa sicura.

5.11.21

Accoglienza: Pinocchio

 



Terzo appuntamento con il tema dell’accoglienza a scuola.

Che cosa fare i primi giorni? Quali bambini avremo in classe? Saremo soli o insieme alle colleghe di classe?

Nella scuola primaria funziona così: le prime due settimane, in genere, vengono dedicate all’accoglienza e l’insegnante di religione rimane in classe con l’insegnante prevalente. Si guardano i materiali che hanno portato i bambini, a volte si inizia lo studio dei pre-requisiti, si ripassa, ci si racconta l’estate. Spesso questo tempo non finisce entro le due settimane: anche se veniamo lasciati con la classe, il più delle volte l’attività alternativanon parte subito per cui ci ritroviamo a classe completa, consapevoli di dover pensare a lezioni che non ci facciano perdere il ritmo della nostra materia ma che non ledano il diritto dei bambini che decidono di non avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica. 

Ho così immaginato un percorso che abbia a che fare con uno dei classici della letteratura infantile: Pinocchio.

E’ un percorso pensato per le prime e le seconde elementari, dove la storia di Pinocchio si lega indissolubilmente alla Creazione (ma di questo ne parlerò in un post più approfondito).

Mi concentro ora sulle prime due lezioni, che conto essere a classe intera se pensiamo ad una seconda elementare, in un periodo dell’anno, settembre, in cui i bambini hanno bisogno di riprendere pian piano confidenza con l’insegnante. Se penso alla classe prima, immagino queste due lezioni dopo Natale, un momento di ripresa anche questo, in cui non inizio subito un nuovo argomento ma cerco di riprendere confidenza con i bambini e di accogliere i loro momenti di tristezza.

Pinocchio è una storia che spesso i più piccoli conoscono, ma non lo do per scontato: scelgo solitamente un libro illustrato oppure una versione ridotta della storia. Non mi interessa scoprire tutti i passaggi narrativi del classico né esaminarlo dal punto di vista linguistico, ma voglio scatenare una reazione positiva nei bambini, di immedesimazione e divertimento, dove possano anche esplorare il loro lato più biricchino e ridere insieme delle possibili malefatte di un burattino pasticcione che a scuola proprio non ci vuole stare.

L’albo illustrato che preferisco fa parte della collezione Sassi “Le fiabeintagliate”: se avete bambini li lascerà a bocca aperta perché dalle pagine prendono vita i trucioli del legno che diventa Pinocchio, il tendone di Mangiafuoco e l’azzurro dei capelli della Fata Turchina.

Ho scelto Pinocchio non a caso: vi è uno studio molto conosciuto e approfondito scritto dal cardinal Biffi, il quale racconta Pinocchio quale riscrittura, ovvero una modalità narrativa secondo la quale mantenendo lo scheletro di base della storia, vengono stravolti personaggi ed eventi in modo che a rimanere, della narrazione iniziale, sia il senso ed il significato. Ecco, Pinocchio è una bellissima riscrittura di alcune parti della Bibbia: Collodi, dopo aver studiato in una scuola cattolica, decide di scrivere un racconto a puntante avente per protagonista un burattino che diviene bambino, che non ne fa una giusta ma alla fine viene redento ugualmente, che si lega a strani personaggi ma che ottiene l’amore e la guida di una madre turchina, evanescente e sempre presente. Un bimbo nato dal legno che finisce nella pancia di una balena, che viene deriso ed impiccato ad un albero ma che ottiene la salvezza e che dona salvezza e riguardo verso il padre ormai anziano.

Vi ricorda qualcosa?

La parte che solitamente uso in classe è quella iniziale: un ciocco di legno che viene donato ad un falegname che pian piano costruisce un burattino, il quale però, sin da subito, appare più di ciò che è.

Chiedo quindi ai bambini di immedesimarsi nel burattino: il quaderno ci serve come blocco per gli appunti in qui scriveremo o disegneremo la giornata tipica di un burattino. In questa fase i bambini lavorano singolarmente, pensando spronati e guidati dall’insegnante, a quante situazioni stravaganti può vivere un burattino ai giorni nostri.

Nelle prime questo passaggio viene fatto a voce e si passa velocemente alla seconda fase della lezione: la drammatizzazione.

La drammatizzazione è una forma di linguaggio originaria del bambino, è un mezzo di espressione, di comunicazione, è uno strumento che favorisce ed incentiva le relazioni tra i bimbi attori, tra i bimbi spettatori e tra attori e pubblico: relazioni volte alla condivisione e al coinvolgimento emotivo. 

Drammatizzare significa fare e prendere coscienza. Fare qualcosa, per i piccoli, è fondamentale perché lo sviluppo cognitivo passa da lì. Diventare davvero quel burattino ha lo scopo di farli immedesimare prendendo coscienza del fatto che costruito non è creato: il loro corpo di bambini non è adatto alle peripezie di un burattino, se lo scalpello li colpisce sentono male e urlano come Pinocchio nel libro; allo stesso modo, l’agire e il muoversi legnoso del burattino è differente dal loro, la carne è diversa dal legno. Credetemi, il divertimento è assicurato.

Alla fine di queste due lezioni “perse” a ridere e raccontarci cosa un bambino ha di diverso rispetto ad un burattino, saremo pronti per affrontare l’inizio di un argomento centrale per la religione cattolica a scuola.

Chi indovina quale?


4.11.21

Accoglienza: barattoli e storie

 


 

I barattoli di questi libri contengono storie: silenziose e passate, eppure vive. Le si possono sentire con il tatto.


Ad esempio quando apro “Il barattolo della felicità” penso all’immagine finale (che non vi spoilero) come alla posizione che preferisco per leggere. Il raccoglimento che ispira e la sua condivisione ricordano al lettore il vero significato del libro: la felicità non si può comprare perché è fatta dei momenti che condividiamo con chi amiamo. La felicità non è un momento, è un percorso, che non possiamo chiudere con un tappo, ma possiamo solo regalare affinché ognuno possa viverla e abbracciarla. 

Il barattolo di stelle” è ancora più bello: racconta di un’amicizia nata sotto il cielo della ricerca. Narra di due bambini appassionati di bellezza che diventano amici proprio quando quell’immensità ha bisogno di essere condivisa. Poi, una partenza, il dolore della perdita e della lontananza, finché arriva un’idea: la bellezza la si può raccogliere e spedire, perché una volta che il barattolo si apre può di nuovo essere il momento della vita condivisa.

L’inizio dell’anno porta con sé così tanti ricordi: le vacanze, i momenti di quiete e silenzio, i sorrisi e le risate, gli abbracci e l’amore del tempo passato insieme a chi si ama. Le vacanze portano con sé rimasugli di sabbia e vento, verde e azzurro, foglie, terra, acqua. Le vacanze portano con sé quasi sempre il meglio, il tempo che riusciamo a dedicarci e dedicare all’altro. E tutto questo, tutti questi ricordi, sfociano nel caos dell’inizio dove i banchi sono diversi dall’ultima volta, i capelli e gli occhiali a volte sono cambiati, amicizie si ritrovano oppure si perdono per sempre. 

L’inizio dell’anno è il momento per me di salutare vecchi e nuovi allievi, di incontrare i loro occhi e i loro abbracci, di conoscere cosa ne è stato di loro per tre mesi dopo che per un anno li ho visti tutte le settimane, è il tempo del racconto e della scoperta di quanto siamo cambiati, di come siamo cresciuti.

Le prime pagine dei quaderni, allora, si riempiono di barattoli e ai muri appiccichiamo barattoli enormi. Poi li riempiamo: disegni e parole per dirci tutto ciò che di questa estate ci portiamo dietro.


E colori, un’immensità di colori.

Perché siamo reti e mani tese, fili colorati che insieme diventano un telo variopinto che racconta chi siamo.

Quest’anno nei quaderni mi è sembrato importante dirlo, chi siamo, e regalarci disegni colorati e barattoli di ricordi felici.

2.11.21

Accoglienza: le copertine

 

 


Quando si parla di accoglienza la prima idea che viene in mente ad un’insegnante di scuola primaria sono spesso le intestazioni dei quaderni: è un po’ come iniziare bene l’anno, come darsi il punto di partenza con i bambini, è come scegliere di iniziare con il menù, come al ristorante.

Il punto, però, è che l’intestazione è estremamente riduttiva, per due ragioni a mio parere. La prima è che blocca la creatività dei bambini: l’età della primaria è ancora un’età in cui il “fare” lascia molto più dell’”ascoltare” o del “ripetere”, figuriamoci del colorare una scheda pre-impostata, dove le immagini sono spesso le stesse e che si ripetono, simili o addirittura uguali, nelle diverse discipline. La seconda ragione è che si reitera la stessa immagine: di Dio, di Gesù, dei bambini che incontrava. Sono immagini di parecchi anni fa, che lasciano immaginare un Gesù con i connotati europei, spesso colorato dai bambini senza neppure conoscere così bene la figura che stanno guardando. Sempre più spesso mi ritrovo infatti davanti alunni che mi chiedono di che colore fare i capelli o la pelle, i vestiti e i fiori. Mi accorgo quindi che, forse, le intestazioni, per religione almeno, non sono più così utili.

Quest’anno abbiamo immaginato qualcosa di diverso, anche se ancora è una via di mezzo. Intanto ci siamo detti, io e il mio collega di religione, che dovevamo evitare gli sprechi: non amiamo le copertine pre-impostate ma sopratutto non amiamo buttare e negli anni avevamo accumulato una quantità esorbitante di copertine fotocopiate e stampate, anche diverse. Le abbiamo quindi recuperate, suddivise per le diverse classi e utilizzate, sia nel formato originale che ritagliando il disegno centrale come parte di una copertina “di transizione”. Così facendo abbiamo quasi esaurito tutte le fotocopie accumulate, ne rimangono pochissime e questo ci fa ben sperare nell’anno prossimo.

Così abbiamo iniziato a buttare giù qualche idea.

Per le prime abbiamo ideato una nostra intestazione: lo so, vado contro al mio odio per queste schede pre-impostate, ma ci serve un anno di transizione che ci faccia anche respirare e con le classi prime è sempre un terno all’otto. Non sappiamo quando le vedremo e come, se rimarremo soli con loro o se ci metteranno di supporto ai colleghi, non sappiamo quando davvero inizieremo religione né con quanti bambini e come saranno le classi così abbiamo immaginato il nostro personale menù del ristorante, con immagini che i bambini e le bambine possano colorare in autonomia, che già parlino loro degli argomenti che verranno trattati durante l’anno.

Per le altre classi, invece, abbiamo pensato di abbandonare pian piano la scheda già disegnata e integrare con disegni a mano libera dei bambini: li guideremo alla scoperta del programma annuale attraverso il dettato grafico.

Il dettato grafico è una proposta grafico-pittorica adatta a stimolare la capacità di riprodurre uno stimolo verbale attraverso tratti e colori. In parole povere, l’insegnante racconta ai bambini uno scenario da raffigurare: possono essere elementi naturali, soggetti astratti, personaggi fantastici. Fondamentale è il ritmo della narrazione: l’insieme degli elementi che chiederemo di rappresentare non deve essere scontato, se vogliamo che i bambini li elaborino in modo creativo ed attivo. Qui sta il grosso lavoro di preparazione e il motivo per cui l’anno prossimo sarà ancora di transizione: ogni argomento e ogni dettato dovrà essere studiato per permettere ai bambini di essere creativi.

Obiettivo, eliminare per tutte le classi i pre-stampati e lasciare libero sfogo alla fantasia dei piccoli, in modo che l’espressività personale possa guidarli meglio alla scoperta di Gesù e del mondo della religione cattolica a scuola.

 

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