24.10.21

"In un milione di piccoli pezzi" di James Frey


La dipendenza
. Uno dei tanti discorsi che ogni tanto apro e chiudo leggendo un libro, ma che ogni volta mi affascina e mi lascia interdetta, mi chiama incatenandomi a sé e mi respinge.

Non è la prima volta che leggo un libro sulla dipendenza.

Ho letto "I ragazzi dello zoo di  Berlino" alcuni anni fa, quando un'amica ha pensato dovessi rimediare a questa lacuna incomprensibile che riguardava un libro inchiesta degli anni '80. E’ un racconto forte e impegnativo, scritto da un'adolescente per tutti gli adolescenti e i loro genitori, per chi genitore ancora non lo è, per chi mai si è avvicinato a quel mondo ma anche per chi, dolorosamente, lo ha conosciuto bene. Christiane, la tredicenne protagonista e voce narrante che inizia a farsi, racconta con consapevolezza tutti i momenti che l’hanno portata verso il baratro della dipendenza dall’eroina: la perdita di riferimenti, la perdita della natura – lei, cresciuta in campagna, non riesce a trovare un posto nel mondo dei casermoni scuri di una periferia berlinese – la perdita di una guida – che la porterà a cercarne altre, dapprima tra gli altri bambini, poi sempre di più verso figure che per lei divengono quasi mitologiche, drogati da così tanto tempo che si estraniano dal mondo apparendo quasi eremiti sacri.

I ragazzi dello Zoo di Berlino è un viaggio nella miseria umana, nella prostituzione, nel far “marchette” per procurarsi la roba. Ma quando a fare tutto ciò è una bambina di tredici o quattordici anni che te lo racconta come un’adulta consapevole del percorso fatto, senza più rabbia ma con la serenità del perdono – verso sua madre, verso i clienti che ha incontrato, verso quel ragazzo che tanto amava e che se l’è portata dietro nel baratro – allora diventa un’esplorazione dell’ignoto umano e nello stesso tempo della forza che ognuno dei protagonisti ha dentro di sé, nonostante tutto.

Ecco, l'autobiografia di Frey ha anch' esso questa forza intrinseca. Lo sguardo, il tema del libro per dirlo in modo tecnico, è quello di un uomo che ha lottato e ha vinto, che non si è legato a nessun Dio e a nessun percorso se non la consapevolezza che non voleva morire e che per poter vivere doveva rifiutare ogni volta, ogni giorno, la chiamata della droga.

Io credo che Dio sia una cosa che la gente usa per evitare la realtà. Io penso che la fede permette alla Gente di negare quello che ha davanti agli occhi, e cioè che questa cosa, questa vita, questa esistenza, questa coscienza, o come la vuoi chiamare, è tutto quello che abbiamo, e tutto quello che mai avremo. Io penso che la Gente ha fede perché vuole e ha bisogno di credere in qualcosa, qualunque cosa sia, perchè la vita può essere difficile e deprimente e brutale, se non ci credi.

Quella di Frey è l'ammissione che non può esserci perdono per le scelte che ha consapevolmente fatto e la sola ammenda verso coloro che ha ferito è la sua morte.

Con determinazione e la guida di amici, con l'amore e la certezza di riuscire a trovare la calma dentro di sé che contiene la Furia che lo assale in alcuni momenti della sua vita, Frey decide che può dire di no, che può risollevarsi, che può scegliere liberamente, senza bisogno di crearsi altre dipendenze come gli Alcolisti Anonimi o i 12 passi o un Dio a cui invocare pietà, che può "tenere duro" e vincere le sue molteplici dipendenze.

Un libro duro, tagliente, didascalico nel suo racconto, preciso, non conciso. Frey ci narra ogni singolo giorno della sua ripresa perché lui crede nel racconto del dopo, di che cosa accade a chi è dipendente e a chi sta loro attorno, qual è il sistema che gli Stati Uniti offrono a chi è in remissione, quale strada, fisica e mentale devono percorrere, quali dolori nuovi devono affrontare tutti coloro che vogliono provare a farcela. E sono pochissimi, si stima nel libro, un 15%.

Un libro che è stato difficilissimo leggere, sopratutto in alcuni punti, a volte nauseante e rivoltante per la schiettezza di Frey nel metterci a parte del suo percorso, ma un libro che sprona ad andare avanti nella certezza che conoscere, spesso, è l'arma migliore che abbiamo per aiutare e non voltarci da un'altra parte.

18.10.21

Religione Cattolica e Attività Alternativa

 

 


Ho lanciato un breve sondaggio sulle storie di Instangram e ho letto quasi di tutto: ore erogate per metà del tempo previsto dalla legge, ore erogate in appoggio alle colleghe di classe, ore usate per più del tempo necessario per l’educazione civica. Insomma, un gran guazzabuglio. 

Possiamo così chiederci: quante sono le ore previste per l’insegnamento della Religione Cattolica a scuola? E come facciamo a sapere che sono valide da Torino a Napoli, da Milano a Bari?

Ce lo dice la legge.


La normativa riguardante l’IRC (da qui uso l’acronimo per intendere l’Insegnamento della Religione Cattolica) è chiara, ma bisogna andare a cercarla: pare si nasconda in luoghi poco avvezzi ad essere visitati.

 

La nuova intesa del 2012, il DPR 175/2012 firmata tra Ministero dell’Istruzione e Conferenza Episcopale Italiana, recita così

Nelle scuole secondarie di primo e secondo grado, l'insegnamento della religione cattolica è organizzato attribuendo ad esso, nel quadro dell'orario settimanale, le ore di lezione previste dagli ordinamenti didattici attualmente in vigore, salvo successive intese.

E ancora

Nelle scuole primarie sono organizzate specifiche e autonome attività di insegnamento della religione cattolica[...]
A tale insegnamento sono assegnate complessivamente due ore nell'arco della settimana.

Nelle scuole dell'infanzia sono organizzate specifiche e autonome attività educative in ordine all'insegnamento della religione cattolica.


Le suddette attività sono comprese nella progettazione educativo-didattica della scuola e organizzate, secondo i criteri di flessibilità peculiari della scuola dell'infanzia, in unità di apprendimento da realizzare, anche con raggruppamenti di più ore in determinati periodi, per un ammontare complessivo di sessanta ore nell'arco dell'anno scolastico.

Partendo quindi dai gradi scolastici più elevati e poi scendendo sono previste diverse quantità orarie per la materia: un’ora nelle scuole secondarie di primo e secondo grado; due ore nelle scuole primarie e 60 ore annue, pari a un’ora e mezza la settimana, per la scuola dell’infanzia.

Senza se e senza ma. Anche di fronte all’amata autonomia didattica, quella cioè che consente alle scuole di scegliere il proprio percorso perché centrato sulle necessità dello specifico istituto o addirittura della classe particolare, le ore di religione rimangono tali.

 


Legato a questo conteggio orario vi è l’altra faccia della medaglia: chi non fa religione, che cosa fa? Anche qui, pur permanendo l’autonomia didattica, la legge resta chiara: le famiglie che scelgono di non avvalersi della religione cattolica hanno il diritto, in caso lo vogliano, di usufruire dell’Attività Alternativa (da ora, AA) che prevede un programma ed un docente dedicato. E’ vero che il voto di IRC non fa media, ma dato che esiste un giudizio di IRC in pagella così deve esistere un voto di AA, un giudizio che esprima come è stato l’ andamento durante quelle ore del bambino/a e quali sono stati gli obiettivi eventualmente raggiunti.

Sempre su Instagram ci siamo dette/i che anche in questo caso, spesso, l’IRC tarda a partire: non ci sono insegnanti disponibili a seguire la materia alternativa, non ci sono programmi né progettazioni, non c’è la conoscenza degli obblighi di legge delle scuole da parte delle famiglie che non chiedono che l’AA venga avviata subito.

La riflessione finale è che forse dobbiamo essere noi più formati sulle norme che regolamentano la nostra materia e fare da capofila per le richieste, espresse in fase di iscrizione, da parte delle famiglie o degli studenti stessi. 

Solo avendo ben chiari i nostri diritti e la nostra posizione nella scuola possiamo davvero esserne parte integrante e partecipe.

27.9.21

"Streghe" di Lilli Gruber

 


Spesso racconto che leggere è intraprendere un viaggio, non solo si possono conoscere luoghi e persone diverse ma molto più spesso ci si conosce meglio. Sono convinta che siano le parole altrui a darci forma, a costituirci ciò che siamo, relazioni urlate o raccontate, animate dal nostro personale sentire. Non è quindi importante la quantità di parole e pagine che maciniamo leggendo, ma la loro qualità, quante cose raccontano di noi, quanto ci fanno scender più in profondità rispetto a quello che già sappiamo e viviamo? Per me la lettura è questo, scoprire pezzetti di me che non sapevo esistessero e cercare di raccontarmeli attraverso parole mie, nuove a volte oppure che ridisegnano l’immagine di quello spicchio rimasto assopito.

Ogni libro è una scoperta ed è ciò che vorrei far emergere qui e su Istangram, nella certezza che a volte un libro tocca più di altri, incuriosisce, richiama, attira l’attenzione, sprona ad imparare.

Questo testo della giornalista Gruber è denso e articolato, l’ho letto rinnovando più volte il prestito bibliotecario e tenendolo sul comodino, lasciandomi il tempo di leggere qualche pagina alla volta tante erano le informazioni che arrivavano dalle righe scritte.

Punto di partenza sono le ultime streghe bruciate sul rogo in Europa, Anna Goldi nel 1782 e Barbara Zdunk nel 1811 per tentare di raccontare quale possa essere la loro discendenza oggi: quali donne, quali streghe temiamo e viviamo quotidianamente?

La Gruber cerca di dare uno sguardo onnicomprensivo del mondo femminile europeo tanto da riservare ad ogni capitolo un argomento e un viaggio diversi sottolineando come abbia deciso di scrivere e parlare solo delle storie che conosce in prima persona lasciando la parola alle protagoniste, come una scrivana che meticolosamente prende appunti e intesse relazioni tra le storie.

“Le donne si sono ritrovate assieme non perché abbiano delle cose in comune, ma perché ci sono molte cose che non hanno” sembra essere l’assunto delle donne intervistate.

I temi trattati sono vari e molteplici: si parte dalla prostituzione nei panorami italiano e olandese dove la diatriba sulle case chiuse continua. Per le donne e per le prostitute le case chiuse sono una sconfitta, la perdita dell’unico aiuto che la strada può offrire, l’incontro con l’altro che spesso è il cliente che si affeziona e “salva” le ragazze dal giro in cui sono cadute vittime.

Grande spazio viene dato all’aborto per il quale la giornalista passa in rassegna diverse posizioni, la situazione degli ospedali italiani, la discussione politica e ovviamente l’imprinting della Chiesa. La resa dei conti avviene però a mio modo di vedere nell’incontro con chi gli aborti li pratica e che cerca di evidenziare le ragioni di una situazione dove la libertà di scelta delle donne non è assicurata:

"Al San Paolo di Milano gli anestesisti sono tutti obiettori" forse perché “ a 5 settimane vedi il cuore che batte con l’ecografia. A 10, sgambettano”.

Altro grande scoglio è il lavoro femminile che vive una vera e propria disparità di genere: le mamme fanno fatica a lavorare, fatica che ha un nome, si chiama

“broken career pattern: cominci tra i venti e i trenta la tua carriera, poco dopo i trent’anni ti viene il panico, fai un figlio, e poi non riesci più a lavorare. Almeno non a certi livelli” considerando anche che “ è una questione di reddito. Se puoi permetterti qualcuno che si prenda cura dei figli bene, se no devi accettare un part-time”.

Per riequilibrare un ambiente plasmato dal patriarcato il discorso atterra sulle quote rosa, osteggiate tanto dalle donne quanto dagli uomini: qui il problema è come sono state spiegate.

“Non si chiede una quota per le donne, ma meccanismi che impediscano il mantenimento della quota monopolistica maschile” ovvero è una lotta contro un monopolio.

La necessità ed anche il consiglio è che non bisogna mai sminuirsi, “se si è una Ferrari non si può vivere come una Cinquecento” ma sopratutto

“la prima cosa da fare è ricostruire un dialogo femminile che fino a pochi anni fa era vivo e fecondo. E che oggi non è certo spento, ma offuscato dalle emergenze del presente. Donne con diverse fedi politiche, credi religiosi, professioni, vite, devono tornare a parlarsi di quello che veramente serve a tutte quante. Ovvero il diritto a essere cittadine, lavoratrici, mogli, madri o nessuna di queste cose se lo desiderano, ma anche tutte, se ne sentono il bisogno. Accanto a uomini che finalmente accettino di rimettersi in discussione. Smettendola di fingersi ignari che anche per loro il mondo è cambiato”.

11.9.21

"Fiore di Roccia" di Ilaria Tuti

 

 

Questo è un libro che non smetterò di consigliare né regalare. 

Ilaria Tuti riscrive un pezzetto di storia del Friuli, delle sue montagne e della nostra guerra, quella di tutta un’Italia.

Quando parliamo di guerra raramente ci troviamo di fronte a racconti su come le donne l’abbiano affrontata in prima linea, di come abbiano combattuto, di dove fossero mentre i loro figli e mariti morivano in trincea.

Non avevo mai sentito prima la storia delle Portatrici carniche, donne friulane che durante la Grande Guerra decisero di dare il loro contributo portando i rifornimenti agli alpini stanziati sul confine, sepolti tra le Alpi. Una lunga fila di donne che terminati i loro lavori in casa e nei campi, lasciavano i figli piccoli e gli anziani a casa, si caricavano enormi e pesanti gerle sulle spalle e con addosso le loro tipiche scarpetz salivano i pendii per portare approvvigionamenti alle truppe.

Una storia di resilienza e generosità femminile.

Tra i tanti, i personaggi che mi ho amato di più sono quelli di Agata e del comandante Colman: la prima che è l’eroina, la portabandiera e la portavoce di queste donne e con esse di tutte le donne dell’epoca, figlie e madri combattenti, che decisero di non lasciare soli gli uomini, di essere la loro ultima speranza; il secondo è il capitano Colman, capo degli alpini sui monti sopra Timau, il paese del racconto, che lotta a fianco dei suoi uomini sino alla fine, uomo di grande coraggio ed estremo valore ma sopratutto di grande empatia, che sa bene che cosa sia la guerra e che cerca di porvi rimedio con le proprie azioni, giorno dopo giorno, azione dopo azione.

La frase che rappresenta di più queste donne e, forse l’intero libro, è ciò che vorrei trasformare in domanda per l’autrice: quando ci racconterà un’altra storia di donne così, di donne che nel silenzio hanno fatto la storia, quando ridarà loro il valore e il posto che meritano?

 

“La nostra capacità di bastare a noi stesse non ci è stata riconosciuta né concessa. L’abbiamo tessuta con la fatica e il sacrificio, nel silenzio e nel dolore, da madre in figlia. Poggia su questi corpi meravigliosamente resistenti ed è a disposizione di chiunque ne abbia bisogno. Si nutre di spirito infuocato e iniziativa audace, vive di coraggio. Vive di altre donne. Siamo una trama di fili tesi gli uni sugli altri, forti perché vicini”.

 

Un libro che ho amato e con cui ho pianto lacrime di dolore e amore insieme, grata per la storia che l’autrice ha finalmente consegnato al mondo.

 

“Guardo questa madre, che spende il tempo prezioso che le rimane nel tentativo di salvarci, invece di stare con i suoi bambini, e vedo, finalmente, Dio. Dio è qui ed è donna.”

 

Edizioni Longanesi

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10.9.21

"The hate u give. Il coraggio della verità" di Angie Thomas



“Permettiamo alle persone di dire certe cose,

e loro le dicono così spesso che dopo un po’ lo trovano ammissibile e noi normale.

Ma che senso ha avere una voce, se poi resti in silenzio quando non dovresti?”.

 

Starr si muove tra due mondi: abita a Garden Heights, un quartiere nero dove imperversano le gang e la violenza di strada, ma frequenta una scuola prestigiosa di “bianchi” nella quale è ben inserita e ha alcune amicizie sincere.

Vive in realtà una doppia vita, a metà strada tra la fratellanza con gli amici dell' infanzia e l'omologazione con i nuovi compagni: a nessuno dei due gruppi permette di vedere l’intera Starr, sembra esserne spaventata. 

L'equilibrio si rompe però quando, di ritorno da una festa, Starr assiste all’uccisione di Khalil, il suo migliore amico, colui che la stava riaccompagnando a casa. Un'auto della polizia li ferma e mentre era disarmato, durante la perquisizione, l'agente bianco si spaventa ed esplode un colpo di arma da fuoco. 

Il caso conquista le prime pagine dei giornali: Khalil diviene il nero, spacciatore, che se lo è meritato e lei l’unica testimone, scomoda sia per le gang del quartiere che per i bianchi. Che cosa avrà da dire Starr? Qual è la strada giusta da seguire?

Qui la voce torna a comandare: quanto siamo responsabili dei nostri silenzi oltreché delle parole che urliamo o sussurriamo? Quanto male è possibile solo grazie e attraverso il silenzio?

Di fronte all'uccisione di Khalil e all'indecisione di Starr, il quartiere non ci sta: scende in strada mettendo a ferro e fuoco le vie. Chiedendo giustizia. Lanciando lacrimogeni e slogan, alzando i pugni, le voci, le barricate. Il fumo è denso, la paura sale alle stelle.

Ora Starr deve decidere.

 

“Questa storia va al di là di me e Khalil.

Riguarda Noi, con la N maiuscola;

tutti quelli che hanno la nostra stessa pelle,

che provano le nostre stesse emozioni,

che stanno soffrendo con noi pur non conoscendoci.

E il mio silenzio non ci sta aiutando.”

 

Con grande fatica e a costo di mettere a rischio la vita sua e della propria famiglia, Starr comprende di essere l’unica che può dire davvero come sia andata. E userà tutta la sua voce per combattere la guerra affinché sia fatta giustizia. Per Khalil e per tutti gli altri.

Un libro bello, che resta incollato dentro, che appanna gli occhi e scalda il cuore e che fa sentire completamente a disagio per ciò che, senza neanche rendercene conto, pensiamo ogni giorno. Leggendolo, vorremmo essere tutti Starr, ma siamo troppo spesso delle Hailey: bianchi, biondi, ricchi e assolutamente privilegiati, incapaci di riconoscere il senso delle battaglie da combattere e il fianco da coprire.

 

Giunti Editore

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